[…]Quanto è accaduto il 7 giugno scorso ai 150 partiti dal porto libico di Zuwarah, nel dicembre del 1996 era successo ai 283 indiani, pakistani e tamil dello Sri Lanka annegati davanti a Portopalo di Capo Passero; il 19 marzo era capitato a una quarantina dei 380 tunisini che si erano imbarcati a Zawia e che, dopo nove ore di navigazione verso l’Italia, si sono trovati in difficoltà, hanno invertito la rotta, sono tornati in prossimità della costa e sono stati accolti a fucilate dalla polizia di Gheddafi. […]
Le stime più prudenti parlano di diecimila morti annegati negli ultimi dieci anni sulle rotte tra l’Africa e le nostre coste meridionali. Se si considera che ogni anno arrivano via mare circa ventimila migranti, si ha un’idea di quanto sia alta la possibilità di morire nel mare nostrum: per ogni cento “clandestini” che arrivano, cinque annegano. E si ha anche qualche indicazione sull’efficacia dell’inasprimento delle pene, dell’istituzione del reato di immigrazione clandestina, del prolungamento del periodo di permanenza nei centri di detenzione. Si tratta di sanzioni tutto sommato blande davanti alla pena capitale che il Mediterraneo commina tutti i giorni senza processo, con i criteri delle decimazioni naziste, colpendo indiscriminatamente donne e bambini. […]
L’immagine dei disperati che si erano salvati la vita aggrappandosi alla gabbia per la pesca dei tonni - gli “uomini tonno”, come furono chiamati - è apparsa in tutti i giornali del mondo un anno fa. Ha avuto molta meno risonanza una vicenda identica accaduto alla fine del mese scorso. Eppure c’era una novità importante: le “donne tonno”. E sabato scorso si è stati sul punto di avere anche i “bambini-tonno” somali. Purtroppo non ce l’hanno fatta. Sono annegati a largo della Valletta sotto gli occhi dei loro genitori. […]
Salvo qualche sporadica partenza dalla Tunisia e, per la nuova rotta che porta alla coste meridionali della Sardegna, dall’Algeria, i boat people partono dalla terra di Gheddafi. I trafficanti di esseri umani agiscono là. E hanno a disposizione una quantità immensa di materia prima: gli stranieri, per la stragrande maggioranza africani neri provenienti dal Sudan, dal Ciad, dal Niger e dal Corno d’Africa, oltre che dall’Egitto, sono oltre due milioni. Dopo averli accolti negli anni Novanta in nome della “solidarietà panafricana” Gheddafi ha cominciato a respingerli nel deserto da dove erano venuti, con percentuali di mortalità non diverse da quelle del Mediterraneo.
Ma la massa dei disperati è ancora là ed è disposta a tutto pur di raggiungere l’Europa. Ne avrebbe qualche diritto. Secondo i dati dell’Alto commissariato, a un quinto dei migranti che giungono in Italia via mare vengono riconosciuti l’asilo politico o la protezione umanitaria. Cioè non sono “clandestini”. Ma questo lo si scopre nel momento in cui arrivano. Quando i più fortunati possono raccontare la loro storia.
[…] Anche da stranieri, vi è un modo di abitare saldamente il mondo, che è quello poetico suggerito da Heidegger. Essere profondamente addentro alle cose, e in questo investimento, essere capaci di comprendere quello che vi è al di fuori di noi, facendo vuoto di ciò che noi siamo per accogliere gli altri. La sensibilità, l’affectus e l’immaginazione possono portarci a sentirci appaesati anche in condizioni di sradicamento, pure se le cose non sono mai facili.
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Il documentario di Sahera Dirbas, lei stessa proveniente da Tirat Haifa, abbandonata nel 1948 da suo padre - a cui il film è dedicato -, è un prodotto esemplare di “storia orale”: la storia di una famiglia, di un villaggio, dei protagonisti e di coloro che i racconti della nakba li hanno ascoltati per anni e anni, come l’epica di un popolo. Ma è anche altro. E’ la descrizione degli elementi determinanti della cultura palestinese: il rapporto con il mare, con gli alberi di olivo, con la famiglia, con il canto. E con la terra, ovviamente, declinata secondo un vocabolario dell’olfatto e dell’erbario palestinese: la terra che si sposta, dentro un sacchetto di plastica, da Tirat Haifa e raggiunge Ramallah, la Giordania, la Siria. Se i rifugiati non potranno tornare a Tira, sarà la terra ad andare da loro. Se non potranno essere seppelliti a Tira, la terra di Tira sarà comunque sotto la loro testa, nell’ultimo riposo.
[…]La favola serale, possibilmente illustrata e letta a voce alta, discutendone con i bambini, offre una molteplicità di stimoli sensoriali: visivi, uditivi, tattili, cinetici. Inoltre i genitori leggendo utilizzano un linguaggio più complesso e più adatto a cogliere le possibilità di rapporto verbale che il testo sollecita nel bambino. La memoria infine viene allenata molto dalla lettura, che a sua volta stimola una partecipazione attiva e uno sviluppo della capacità di giudizio. […]
[…]Nella lista delle «guerre di condominio», le cosiddette «immissioni», ovvero rumori e odori provenienti da altri appartamenti. Il classico ticchettio di scarpe femminili a tutte le ore, l’odore di cipolla reiterato, lo spostamento di mobili a tarda ora sono casi tipici di questo genere di motivazione. La cucina etnica ed i suoi aromi forti sono spesso al centro di dispute di condominio. L’apposizione in aree comuni, vale a dire la collocazione in ambito condominiale di oggetti e mezzi di un singolo condomino. Qualche esemplificazione: la fioriera attaccata al muro, l’automobile parcheggiata in uno spazio non autorizzato nel garage condominiale. I rumori in cortile, in particolare il gioco dei bambini. In un’epoca di demografia a quota zero, le voci infantili sono, purtroppo, sempre meno tollerate.
E ancora, tra i motivi di lite nei condomini, secondo la classifica stilata dall’associazione, l’innaffiatura di piante e balcone, nel caso in cui il flusso idrico investa pesantemente gli spazi sottostanti, appartenenti ad altri condomini. Il rapporto con gli animali domestici, soprattutto quando si trovano in ascensore o nel giardino condominiale. Le liti che riguardano, a vario titolo, l’esterno del condominio: lo sbattimento di tovaglie, il bucato in evidenza o gocciolante, i mozziconi gettati dalla finestra. […]
[…]Uno spettacolo londinese raro e suggestivo è il cielo blu chiaro dove galleggiano vascelli grigi di una flotta antica che viaggia verso il mare: nuvoloni giganteschi quasi identici, equidistanti l’uno dall’altro, che scorrono a perdita d’occhio sull’orizzonte, imbarcazioni pirata che rapiscono l’immaginazione e la portano in mondi lontani.[…]
Il contrasto fra spensieratezza diffusa e stress globalizzato, distanti poche fermate di underground, ispira tentazioni di vita bohemienne destinate a fare i conti con una megalopoli dove più si guadagna e più ci si affanna per guadagnare di più, e se non si accetta questa regola del gioco si rischia di finire ai margini della povertà. Torno con i piedi sulla terra dei piccoli sogni di quaranta metri quadri. Lassù le nuvole continuano il viaggio per l’ignoto, verso distanti pianure dove sfasciarsi su venti contrari o verso montagne remote per unirsi in un gran temporale.